Lavori ibridi in Veneto: risultati di una ricerca empirica 

Come sta cambiando il contenuto del lavoro in Veneto?

 

La (tanto evocata) trasformazione digitale si misura solo con il valore degli investimenti o si specchia anche nel contenuto del lavoro svolto giorno per giorno nelle nostre imprese?

Siamo veramente alla vigilia di uno scontro generazionale, che vede i Millennials (Generazione Y) più competitivi degli over 50 (Generazione X e Baby Boomers) e, quindi, preferiti nei processi di reclutamento e selezione o nell’attribuzione delle mansioni?

La polarizzazione del mercato del lavoro (da una parte lavori poveri di contenuto professionale, dall’altra lavori ricchi di contenuto professionale e opportunità) è un’invenzione accademica o si sta verificando? Avere in tasca la laurea dà qualche vantaggio rispetto a chi ha il diploma?

La ricerca realizzata dall’Osservatorio Professioni Digitali dell’Università di Padova, in collaborazione con Veneto Lavoro, risponde a queste domande attraverso una prima indagine che ha coinvolto 300 lavoratori veneti che nell’ultimo anno hanno cambiato lavoro.

Lo studio sarà illustrato nel corso di una

CONFERENZA STAMPA

Venerdì 7 dicembre 2018 ore 11.00

Sala da Pranzo – Palazzo del Bo

Via VIII febbraio 2 – Padova

Interverranno:

Paolo Gubitta, Direttore scientifico dell’Osservatorio Professioni Digitali dell’Università di Padova

Elena Donazzan, Assessore all’istruzione, alla formazione, al lavoro e pari opportunità, Regione del Veneto

Martina Gianecchini, Vicedirettrice Osservatorio Professioni Digitali dell’Università di Padova

Nuccio Romano, Direttore Area Capitale Umano, Cultura e Programmazione Comunitaria, Regione del Veneto

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Rassegna Stampa

Il Mattino di Padova, 8 dicembre 2018, pag. 17

Il Giornale di Vicenza, 8 dicembre 2018, pag. 13

Telenuovo, Tg Veneto, 7 dicembre 2018

Quando pensiamo al mondo dell’agroalimentare, siamo soliti associarlo all’idea di artigianalità, di valore, di italianità. Questo è certamente vero, ma ci sono anche altri segreti che fanno del cibo Made in Italy un’eccellenza, e che sono oggi sempre più rilevanti nel panorama mondiale del settore dell’agrifood.

Una prima riflessione riguarda la possibilità di creare una relazione virtuosa tra tradizione e innovazione e tra manualità e digitalizzazione, in linea con quel processo di ibridazione dei lavori e dei processi di produzione, che non esclude alcun settore. In particolare, secondo un articolo del quotidiano La Repubblica dal titolo “Agrifood 4.0, le tecnologie ci sono ma il mercato non decolla”, “le tecnologie oggi consentono alle aziende agroalimentari di migliorare e innovare la qualità in diversi modi”, ad esempio, il 51% delle aziende ne ha fatto uso per valorizzare la qualità di origine (soprattutto per i prodotti ad alto valore aggiunto come vino, cacao e caffè); il 46% ha migliorato la sicurezza alimentare; il 25% ha investito in tecnologie con l’obiettivo di migliorare i metodi di produzione (in particolar modo gli aspetti legati all’impatto ambientale e alle tradizioni agroalimentari del territorio); infine, nel 12% dei casi, le aziende hanno adottato le tecnologie per migliorare la qualità del servizio offerto.

È per queste ragioni che le aziende devono quindi continuare ad investire in ricerca e sviluppo per (ri)innovare i prodotti, la loro lavorazione, il servizio offerto, e per creare nuovo valore per i clienti. Alcuni concetti chiave legati a questo cambiamento in atto nel settore agroalimentare sono riconducibili a tre principali temi, che sono riassunti di seguito.

Il primo è quello delle filiere, in cui oggi gli ingredienti fanno sempre più la differenza. Nel mondo del food la qualità del prodotto finale dipende per l’80% dalla qualità delle materie prime utilizzate per crearlo. Per quanto riguarda le implicazioni in termini gestionali, ciò carica di importanza strategica l’organizzazione e la certificazione di filiera: i rapporti tra fornitori e clienti saranno quindi sempre di più orientati verso un’ottica di lungo periodo, in cui la reciproca collaborazione porta ad un prodotto (locale) di qualità eccellente e a volte certificata.

Un orientamento di questo tipo, che basa le proprie fondamenta su una rete di partner di fiducia, può inoltre favorire lo scambio reciproco tra gli attori del settore e facilitare quindi l’innovazione e la crescita.

In secondo luogo, i consumatori sono sempre più informati e consapevoli: internet, i social media e i programmi televisivi dedicati al mondo del food qualificano la domanda del consumatore medio. Ciò rende il cliente più attento ed esigente rispetto alla qualità del prodotto e più capace di riconoscere il valore dei prodotti agricoli che ha di fronte, e questo porta con sé un necessario e profondo orientamento ai fabbisogni di qualità percepita, sostenibilità e autenticità richiesti dal mercato.

Per questa ragione, le aziende possono instaurare rapporti di fiducia e di collaborazione con grandi chef o esperti del settore che ricoprano la figura di partner, testimonial o influencer capaci di veicolare il loro messaggio e aiutare i clienti a capire il giusto valore da attribuire ai prodotti in termini di bontà e qualità.

Infine, le nuove tecnologie stanno rivoluzionando i processi di innovazione in cucina: come nel caso dei motori bifuel, anche in cucina la realizzazione dei cibi può seguire percorsi diversi. Le competenze qualificate e differenziate dei grandi chef portano alla richiesta di strumenti di lavoro altrettanto qualificati e differenziati, che deve essere soddisfatta dalle aziende a monte della filiera tecnica.

Ci sono numerosi esempi che dimostrano questa evoluzione. Uno per tutti, riguarda le cucine professionali, che sono il cuore produttivo. In questo ambito, sta prendendo piede la doppia tecnologia di cottura, ovvero di impianti che dispongono allo stesso tempo di piani cottura a gas e ad induzione, a conferma del fatto che la qualità e la differenziazione in cucina può anche essere centrata sulle tecniche e sui processi di cottura.

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Informazioni sull’autore:

Elisa Rati è borsista di ricerca in tema Lavori Ibridi presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali “Marco Fanno” dell’Università di Padova ed è membro dell’Osservatorio delle Professioni Digitali.

In vista dell’evento “La (quarta) rivoluzione industriale è donna”, che si terrà durante il Festival Città Impresa di Vicenza, Martina Gianecchini, professoressa di Gestione delle Risorse Umane all’Università di Padova ci ha fornito materiale su cui riflettere in merito a cosa accadrà al mondo del lavoro in questo periodo di profondo cambiamento.

L’articolo che ha pubblicato su Venezie Post in data 6 aprile mette in luce come nei così detti Lavori Ibridi, del cui studio si sta occupando l’Osservatorio sulle Professioni Digitali finanziato dalla Regione Veneto, le competenze tecniche e relazionali dei mestieri consolidati si stiano sempre di più integrando con le nuove competenze informatiche e digitali, con le abilità di comunicazione nei social network, con le modalità di collaborazione in ambienti di lavoro meno gerarchici e strutturati.

In questo contesto una domanda che può sorgere spontanea è: come sono posizionate le lavoratrici per percorrere questa strada del cambiamento e per cogliere le nuove opportunità occupazionali?

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Informazioni sull’autore:

Martina Gianecchini è Professoressa Associata di Gestione delle Risorse Umane presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali “M. Fanno” – Università di Padova ed è e vice-direttrice scientifica dell’Osservatorio sulle Professioni Digitali.

Spesso la presenza pervasiva di macchine dotate di intelligenza artificiale nelle nostre aziende (e nelle nostre vite) è percepita come un concetto avveniristico, fantasticamente proiettato in un futuro non troppo vicino.
I robot nelle fabbriche e nelle case sono visti come un possibile scenario che si verificherà forse in America, forse in Asia, e chissà forse un giorno anche da noi. Ma la realtà è ben diversa da ciò che si potrebbe pensare. La così detta Industria 4.0 riguarda proprio questo: secondo un articolo del quotidiano La Repubblica dal titolo “Robot, entro 4 anni un boom da 171 miliardi di dollari”, “il mercato della robotica conoscerà a breve un boom senza precedenti. La data prevista è il 2020”.

I processi di automazione e digitalizzazione stanno già ridefinendo radicalmente il manifatturiero, apportando cambiamenti profondi non solo in ambito tecnico e produttivo, ma anche a livello culturale e relazionale. Secondo i dati dell’International Federation of Robotics, nel 2017 l’Italia è stata il settimo paese al mondo per produzione di robot industriali. Come evidenziato anche da Manolo Garabini, ricercatore di robotica e fondatore di qbrobotics, ciò dimostra che le cose iniziano davvero a muoversi velocemente e che anche l’Italia sta sperimentando un percorso di innovazione che determinerà la sua competitività nel mercato e il futuro dell’economia del paese.

La domanda che potrebbe quindi sorgere spontanea – e che è stata proposta per la prima volta nel 2013 da Frey e Osborne, ricercatori dell’Università di Oxford – è la seguente: cosa significa il recente sviluppo tecnologico per il futuro del mondo del lavoro e per il contenuto del lavoro stesso?

Pur essendoci diverse correnti di pensiero, emergono chiaramente dalla letteratura due elementi principali che caratterizzano questo cambiamento, e che sono analizzati dell’articolo di John Harris pubblicato dal The Guardian dal titolo “Meet your new cobot: is a machine coming for your job?”. In particolare, alcuni studi hanno messo in evidenza come, nonostante le macchine abbiano effettivamente sostituito alcuni lavori, molti altri siano stati creati di conseguenza poiché i robot funzionano bene solamente se progettati, prodotti, e affiancati da tecnici e ingegneri umani, capaci di guidarli e valorizzarli. Inoltre, per quanto riguarda i contenuti del lavoro in sé, spesso le macchine subentrano ai lavoratori in carne ed ossa per lo svolgimento di attività monotone, alienanti e poco motivanti. Come suggerisce il settimanale The Economist nel report del 2018 “The sunny and the dark side of AI”, potrebbe essere quindi un’opportunità per rendere la vita dei dipendenti più soddisfacente, gratificante e stimolante? Ecco allora che gli effetti dell’intelligenza artificiale non si limitano solo al mercato del lavoro, ma sono destinati a cambiare anche i luoghi e i contenuti del lavoro stesso.

In secondo luogo, è importante sottolineare la possibilità che una classe di lavoratori venga esclusa dal mercato, composta da persone poco qualificate o semi-qualificate con basso livello di formazione. Una classe definita da John Harris “inutile”, in quanto non apportatrice di valore economico aggiuntivo in quanto facilmente sostituibile dalle macchine, capaci di svolgere le attività in modo più veloce, efficace e preciso. Bisognerà quindi porre attenzione alla gestione del gap tra i diversi tipi di lavoratori, e alle relative conseguenze, in quanto esso sarà sempre più ampio e diffuso.

In conclusione, l’unica strada percorribile per uno sviluppo ottimale è quella di creare un’integrazione uomo-macchina funzionale e positiva, sia all’interno delle aziende che nella vita quotidiana. Perché i robot non dovrebbero essere visti come antagonisti o dominatori, ma come fedeli servitori capaci di aiutare e sostenere le persone a superare i loro limiti.

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Informazioni sull’autore:

Elisa Rati è borsista di ricerca in tema Lavori Ibridi presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali “Marco Fanno” dell’Università di Padova ed è membro dell’Osservatorio delle Professioni Digitali.

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